Luciano Schiazza

Quando c’era la primavera

Milano anni fa

50 anni fa

Grazie per il bene che mi avete voluto e per l’amore che mi avete trasmesso.

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Prefazione

E’ proprio vero che guardare al proprio vissuto è proporzionale all’età. Quando i capelli imbiancano, le immagini della nostra vita rivivono più facilmente. Certo rimpianti e rimorsi fanno parte della retorica quotidiana: “tornassi indietro” è più un elenco di cose fatte che non avremmo voluto fare o di quelle non fatte che invece avremmo voluto fare. Però non parlo di questo. No. Mi riferisco invece alle fotografie impresse nella nostra mente di un mondo che non c’è più, che è persino difficile immaginare tanto è diverso da ciò che oggi ci circonda.

Un amarcord? Forse, anzi si. Ma che guardi non sospirando “ che bei tempi”, ma con un sorriso che si impadronisce del tuo cuore. Sto scrivendo queste parole con una matita (adoro scrivere con la matita). Mi sembra di creare un rapporto più diretto con quel passato. La morbidezza della sua punta addolcisce il movimento con cui le parole si disegnano sul foglio bianco.

Qui iniziò la storia….

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50 anni fa

Dove abitavo

Via Antonelli 7A. Periferia di quella Milano. Il tram terminava poco distante in Piazza Corvetto: girava nella rotonda e tornava verso il centro. C’erano i prati, giocavamo liberi, felici, sicuri, un pallone, le maglie a terra per segnare le porte, ci sentivamo a San Siro. Corri, corri, caro bambino.

Il 7A era uno di tre palazzi di 6 piani, 3 appartamenti per piano. Cortili di ghiaia li separavano, con una aiuola al centro. Una sola auto, una Fiat 500 C verde oliva, la Topolino. Una sola auto: incredibile vero? Eppure non c’era invidia o rancore verso quel fortunato proprietario. No, perché il lavoro c’era e sapevi che prima o poi anche tu l’avresti parcheggiata sotto casa. Era un’epoca di duro lavoro ma di grandi prospettive. Il paese era in crescita, si ricostruiva ciò che era stato distrutto dalla guerra e si creava una nuova prospettiva di vita. C’era fermento. I patimenti che la gente aveva sofferto nel conflitto volevano essere dimenticati, dovevano essere dimenticati. Il passato sembrava non esistere, tanto era il desiderio di una nuova vita.

50 anni fa
Via Antonelli 7A, oggi.

Quanto fischiavo.

O meglio, fichiettavo, su e giù per cinque piani di casa, sempre. Ormai tutti mi riconoscevano dal fischiettare. Che fischiettare forse non era, visto che mi sentivano passare ad ogni piano. Sorgeva spontaneo come respirare. Mi faceva compagnia, era inseparabile. Mi muovevo e fischiettavo.

50 anni fa

La bicicletta

Ho imparato sul marciapiede di fronte a casa mia. Inizialmente, ma poco, con le rotelle e poi tentativo su tentativo zigzagando, sbandando e qualche patta a terra. La mano del papà o della mamma ogni tanto mi sostenevano dietro sul sellino ma finalmente è arrivato anche il momento in cui non dovevo più mettere il piede a terra e non avevo più bisogno di aiuto. Pedalavo!!! Che conquista! Andavo in la bici come le persone grandi.

50 anni fa

La montagnetta

Dove adesso passa Viale Puglie, in leggera salita da piazzale Bologna prima c’era la “montagnetta”, così veniva chiamata quel piccolo rilievo dove si andava a giocare.

50 anni fa

Moto Parilla

Via Antonelli n.3. Passavamo davanti all’ingresso della fabbrica e vedevamo quelle moto rosso fiammanti che suscitavano le più ardite fantasie di noi bambini. Ci vedevamo in sella accovacciati sul serbatoio ad affrontare i più arditi circuiti. Lì nacque la passione per i motori.

50 anni fa

Scuola elementare

Con i nostri grembiulini, neri, colletto bianco, fiocco azzutto. Seduti composti nei propri banchi.

Tutti in piedi quando entrava il maestro. Il maestro Radaelli. Era un altro papà. Non ti sentivi solo. Non ti faceva sentire solo. Quelle ore trascorse a scuola, con la penna ed il calamaio a compilare pagine di a, di b, e così via. Bella scrittura! Asciugando con la carta assorbente la pagina per evitare disastri (che macchie!), sempre in agguato.

50 anni fa

Eclissi di sole 15 febbraio 1961.

Giornata limpida. Fu un evento ed una emozione… andando verso la scuola.

50 anni fa

Fu l’ultima eclissi solare totale visibile in Italia.

Il Ghisa

Che cambiamento! Il vigile elegante nella sua divisa nera d’inverno e bianca d’estate. Sopra quel palco era simbolo di autorevolezza: tutti seguivano i suoi gesti. Erano insindacabili.

Il ghisa, così si chiama a Milano. Braccia tese davanti a te: equivaleva al semaforo rosso Braccia tese nella tua direzione: equivaleva al semaforo verde Un braccio alzato verticalmente davanti a noi: equivaleva al semaforo giallo prima del rosso.

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C’era rispetto reciproco. Il ghisa non ti puniva, ti indicava cosa non andava, se accadeva. Con fermezza, ma educatamente. Sapevi di poter contare su di lui, in ogni occasione. E il risultato lo si vedeva a Natale, quando i milanesi, riconoscenti, portavano i loro doni sotto il palco dove dirigevano il traffico.

50 anni fa

Il primo innamoramento

Il giorno della prima comunione. Vestito grigio, scarpe di velluto in tinta. La Chiesa di Santa Rita. I bambini e le bambine seduti sulle panche gli uni di fronte alle altre lungo la navata centrale della chiesa.

È lì che sbocciò un sentimento nuovo, coinvolgente. E lo suscitò la persona che avevo di fronte: una bambina bella, come mai avevo visto un’altra. I miei occhi non vedevano altro, ero rapito da lei: In quel momento esisteva solo lei. E così per tutta la funzione. E che sconforto quando tutto terminò e si tornò a casa. Il pranzo, il festeggiamento…ero triste. Sempre lei davanti agli occhi…e non sapevo neanche il suo nome.

50 anni fa

Il venditore di ghiaccio

È un ricordo sbiadito. Un carretto in Via Antonelli con dei blocchi di ghiaccio uno sopra l’altro…

50 anni fa

Carosello

50 anni fa

Era un appuntamento unico. Televisore da 21 pollici, Philco. Inesorabilmente al termine di Carosello dovevo andare a letto, senza sé e senza ma.

Dalle 20.50 alle 21. In quei 10 minuti si concentrava uno spettacolo, o meglio lo spettacolo.

Quanti personaggi:

Ernesto Calindri e Franco Volpi (China Martini, Dura minga… fino dai tempi dei Garibaldini…), Ubaldo Lay (Biancosarti, Tenente Ezechiele Sheridan: l’aperitivo vigoroso che mette il sangue nelle vene. La carica giusta: parola di Sheridan), Mario Carotenuto (Vallesusa, nato con la camicia), Tino Scotti (Falqui, basta la parola), Ernesto Calindri (Cynar, contro il logorio della vita moderna), Carlo Campanini (Movil, testa o croce, la maglia della salute), Mimmo Craig (Olio Sasso, e la pancia non c’è più, la pancia non c’è più), Nicola Arigliano (Digestivo Antonetto, lo scommettitore), Gino Bramieri (e mo e mo, Moplen), Cesare Polacco (Brillantina Linetti, l’infallibile ispettore Rock: anch’io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti), e tanti altri oltre a Topo Gigio (è sempre l’ora dei Pavesini), Carmencita (Lavazza Paulista, Amore a prima vista..il caballero misterioso…s’ode un grido nella pampas, Carmencita abita qui..dov’è dovè la donna…), Calimero (Miralanza,…tu non sei nero, sei solo sporco).

Non ne perdevo neppure un secondo, lo assaporavo attimo per attimo. Peccato durasse solo 10 minuti…

Il cono con la panna

50 anni fa

Quando la nonna sostituì la mamma che doveva accudire papà operato: mi sembra di ricordare alla Clinica Ronzoni. Per qualche settimana la Cesira, la mia nonna, si trasferì da San Carlo di Cese, piccolo paesino dell’entroterra genovese, a Milano. Ero abituato alla sua presenza: con lei ed il nonno passavo tutta l’estate. La nonna era il mio angelo custode. Con Lei accanto mi sentivo sicuro. Non aveva titoli di studio, però leggeva, si teneva sempre aggiornata. Parlava di tutto, con cognizione.

La nonna era golosa di panna montata. Ed anch’io. Così al pomeriggio andavamo in una latteria vicino casa, in Via Longhena, e prendevamo ognuno un cono con la panna con una spruzzata di cannella. Che panna!

L’Organetto

50 anni fa

Passava in Via Antonelli, spingendo a mano il suo organetto. Sostava per strada girando la manovella per caricare la molla dello strumento, in attesa di qualche monetina. E non mancavano. Non ricordo i suoi suoni. Però nel ricordo erano piacevoli melodie.

Il fruttivendolo

Un giorno la mamma mi mandò a comprare qualcosa dal fruttivendolo. Era vicino a casa (in via Sacconi). Entro, faccio la coda, ordino, mi dicono quanto dovevo e mentre impacchettano, poso i soldi sul banco. Prendo la roba e mi avvio all’uscita. Mi richiama il fruttivendolo avvertendomi che non avevo pagato. Avevo messo i soldi sul banco, lo so, ne ero certo, ma tanta era la vergogna e la mia timidezza che scoppiai a piangere.

Prima esperienza di vita.

Adriano Celentano

Un giorno io ed il mio amico Massimo, veniamo a sapere che vicino a casa nostra c’era Adriano Celentano, fermo in macchina con una ragazza. Subito di corsa per avere conferma della notizia. Era lì, Adriano in carne ed ossa, su una decapottabile americana (Ford Thunderbird, verde?). Cosa pensammo di fare? Cantare 24 mila baci andando avanti e indietro sul marciapiede accanto l’auto. Lui era troppo attento a chi gli stava accanto per accorgersi di noi, giustamente. Infatti scese dall’auto, accompagnò la giovane donna al portone e la nostra performance finì lì.

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La sorellina

Squilla il telefono. È buio in camera. Papà si alza. Risponde. Silenzio. Ritorna, si avvicina: “Luci, è nata la tua sorellina. È nata Emily. Vestiti, Andiamo a trovarla e a salutare la mamma”.

Una sorella…ma…non sapevo cosa provavo. Dovevo vederla. Eccoci alla Clinica. Saliamo le scale. La mamma riposa. Ci troviamo di fronte ad una vetrata: dall’altra parte tante culle con tanti bimbi. Qualcuno piange. Ci sono altre due persone accanto a noi. Indicano la mia sorellina e dicono: “che bella mulatta”. Queste parole mi colpiscono. Perché ha la pelle più scura degli altri bimbi? Non lo so e non voglio neanche chiederlo a papà. È mia sorella ed è bellissima. La sua tenerezza aveva già conquistato il mio cuore. So già che la proteggerò, sempre.

50 anni fa

La prima puntura

È un ricordo vivo. Non del dolore, ma di ciò che precedette la puntura. Avevo la febbre. Venne il pediatra a casa. Mi visitò e poi uscì dalla stanza e parlò con la mamma. Non so se una volta prescrivevano le iniezioni con maggior facilità. Certo che a me toccò. Fui attratto dal bollire della siringa e dell’ago sui fornelli. Altra cosa poi quando capii che il soggetto a cui doveva essere iniettata ero io. Iniziò la fuga. Sul letto, matrimoniale. Se ci fossero state le liane in camera da letto, sarei stato Tarzan. Saltavo da una parte all’altra come una cavalletta. E così per un po’, con la mamma che, con molta calma, mi spiegava il perché della puntura e del poco tempo necessario a farla. Ma io non ne volevo sapere. Ero incontenibile. Ma alla fine, cedetti. In fondo Lei mi voleva bene…

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Banane

Mi piacevano le banane. E la mamma non me le faceva mancare. Un giorno ne comprò un chilo. Le posò sul tavolo della cucina e poi andò in un’altra stanza. Quando tornò dopo qualche minuto, si domandò dove fossero.

Abbassò lo sguardo sotto il tavolo. C’ero io con le bucce delle banane attorno. Le avevo mangiate tutte. Angoscia della mamma per la mia salute! Sopravvissi splendidamente.

Pane burro e zucchero

La merenda non si basava su prodotti di commercio. Ci veniva dato ciò che si disponeva a casa. Volevo del dolce: pane burro e zucchero. Una delizia. Lo mangiavo con appetito, con piacere, assaporandone ogni boccone. E per chi desiderava il salato: pane olio e sale. Evviva!

50 anni fa

Il toast

Il sabato pomeriggio era il giorno della Rinascente. Piano giocattoli. Avevo ed ho una passione per i modellini di auto. E alla Rinascente, c’era una parte importante dedicata alle automobili: Dinky Toys e Cordy Toys.

50 anni fa

Ma prima di entrare alla Rinascente c’era una tappa che non si poteva e doveva evitare: il toast. All’angolo di Via Santa Radegonda/Piazza Duomo, di fronte alla Rinascente, c’era un bar (ora c’è Furla) dove facevano i toast migliori che io ricordi.

50 anni fa

Il momento di esaltazione era quando, aperto il toast appena cotto, mi domandavano: “cosa vuoi mettere nel toast?”. Davanti a me c’era una vetrina attraverso la quale vi erano tante vaschette di vetro con altrettante delizie. I carciofini: questo era l’inizio. Richiuso, il toast sembrava un hamburger odierno tanto era “gonfio”. Che bontà! E così ogni volta che si andava alla Rinascente. In fondo bastava un toast farcito a rendermi felice.

50 anni fa

Che puzza!

50 anni fa

Di fronte all’ingresso del bar d’angolo via S. Radegonda, sempre sotto i portici, si trovava un piccolo chiosco dal quale proveniva un odore fortissimo, o meglio, una puzza impressionante. Il venditore (Ferdinando Grazioli?) esibiva delle specie di piccole patate bitorzolute di varia dimensione. Cercavo di trattenere il respiro quando vi passavo davanti. Molti anni dopo ho iniziato ad apprezzare quelle strane patate: erano i tartufi.

Borotalco

50 anni fa

Era il dopobagno. Per eccellenza. Borotalco = pulito. Era una equivalenza automatica. Il suo profumo ti avvolgeva. Ti coccolava. Certo è che ancora oggi il suo profumo mi dà serenità.

Automobiline a pedali

Quanto era bello. Certo a rivederle oggi, sono un po’ rudimentali. Però il poterci andare era stupendo, significava realizzare, anche se per pochi minuti, un sogno altrimenti irrealizzabile. Provavo una sensazione che è difficile da esprime con una parola: libertà, soddisfazione, gratitudine, felicità erano cocktailizzate in sapienti proporzioni variabili di momento in momento. Tutto il viso era un sorriso: occhi e labbra esprimevano la gioia che provavo.

Quanto pedalavo! Il tempo a disposizione sembrava sempre poco, ma lo assaporavo tutto. Guidavo con impegno, pedalavo con vigore sul brecciolino, fintantoché venivo richiamato al punto di partenza.

50 anni fa

Giardini pubblici

Il ricordo dei giardini pubblici è in queste foto: la vasca con la fontana. Mi è rimasta impressa. E talora potevo osservare qualche appassionato che esibiva un modellino galleggiante.

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Lo zoo

Nei Giardini Pubblici di Porta Venezia. Lo so, parlare di zoo oggi, con la mutata sensibilità odierna, pienamente condivisa, può suscitare un sentimento che è all’opposto di quello che io, bambino, provavo davanti alle gabbie degli animali.

Leggere il nome dell’animale e vederlo, evocavano uno stupore a bocca aperta. Animali esotici, voliere con uccelli tropicali, giraffe, foche, elefanti, zebre, scimmie, orsi e tantissimi ancora (oltre 500 specie). Non ci si andava una sola volta.

Credo sia difficile oggi comprendere quello stupore. Ma bisogna pensare che allora si attraversava l’oceano con il piroscafo, che la RAI iniziò le trasmissioni nel 1954 con un unico canale in bianco e nero (Programma Nazionale), che le nostre fantasie nascevano dai romanzi di Emilio Salgari.

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Spero, Carolina, che un giorno tu possa ricordare, con la stessa emozione che io ho provato, i ricordi dei tuoi primi anni di vita. Di riviverli come se tu fossi li, in quel momento del passato, spettatrice di un susseguirsi di scene le cui istantanee sono indelebilmente presenti nella mente. Chissà se ho trasmesso anche a te, e spero profondamente di si, quell’amore che mi ha permesso di far rinascere quei momenti che mai dimenticherò.

 

Io e Carolina (mia figlia)

C’è il sole.

Il cielo terso lo incornicia.

Passeggiamo io e te tenendoci per mano.

Le tue dita stringono le mie in cerca di sicurezza.

I tuoi occhi esprimono la gioia della vita.

I tuoi sguardi avidi di risposte le cercano da ciò che ti circonda.

Le tue parole vogliono conferme dalle mie.

Hai voglia di correre.

I miei occhi ti seguono: come un legame invisibile non ti abbandonano mai.

Quando ritorni tra le mie braccia sento battere il tuo cuore.

Come il mio.

È l’amore per te, Carolina.