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LE MEDUSE

Dott. Luciano Schiazza
Specialista in Dermatologia e Venereologia
Specialista in Leprologia e Dermatologia Tropicale
Via Cesarea, 17/4
16121 Genova
cell 335.655.97.70 - studio 010.590270
www.lucianoschiazza.it

Dedicato alle vacanze. Questo è il senso di quanto leggerete di seguito. Infatti sono proprio i periodi dedicati allo svago le occasioni che possono portarci a contatto con una realtà marina spesso sconosciuta o sottovalutata dai più. Parliamo infatti dei danni a cui la nostra pelle può andare incontro quando viene a contatto con qualche particolare abitante del mare.

medusa

Sono animali appartenenti alla famiglia dei celenterati, della quale fanno parte anche le attinie e i coralli.

Hanno una forma ad ombrello dal quale fuoriescono numerosi tentacoli. Sono costituite principalmente di acqua, sono prive di muscoli e si spostano prevalentemente a pelo d’acqua seguendo la corrente. Spesso vivono isolate ma si possono incontrare anche in gruppo.

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La loro pericolosità si concentra sui tentacoli o vicino all’apertura buccale. Qui infatti sono presenti dei piccoli organuli chiamati cnidociti che racchiudono al loro interno delle vescicole urticanti (nematocisti), ricche di tossine. Esse vengono espulse con violenza (calcolata in circa 2-5 libbre -0.9/2.5kg- per pollice quadrato) quando si tocca la medusa: esse penetrano nella pelle e, attraverso un sottile filamento,  rilasciano le sostanze tossiche.

La gravità degli effetti varia a seconda della specie, delle dimensioni, dell’area geografica, della stagione: infatti si passa da un bruciore più o meno intenso (simile a quello di una ustione) e ad un arrossamento cutaneo sino ad un dolore intollerabile con serie lesioni cutanee e grave compromissione dello stato generale con debolezza, nausea, vomito, disturbi del respiro, dolore e crampi muscolari, ipotensione arteriosa.

Le lesioni cutanee hanno spesso un aspetto lineare, a mimare la forma dei tentacoli, e si manifestano dopo pochi minuti o alcune ore, in relazione all’intensità del contatto e alla quantità di tossine assorbite.

pelagia noctiluca

Nei nostri mari le meduse sono di frequente osservazione: in Liguria una delle più comuni è la Rhizostoma pulmo. E’ di colore bianco latte-azzurrognola con il margine dell’ombrello violetto. Il diametro può essere superiore ai 50-60 cm ., con tentacoli corti e tozzi. Da evitare assolutamente è la Pelagia noctiluga, detta anche “medusa luminosa” per via della sua fosforescenza che la rende visibile di notte: piccola ed intensamente urticante, si può osservare in branchi estesi, spesso molto vicini alla riva . Il suo ombrello misura circa 10 centimetri , il suo colore viola, rosa o marrone, ed i suoi tentacoli possono essere lunghi sino a 40 centimetri . Gli cnidociti sono presenti non solo sui tentacoli ma anche sull’ombrello.

Chironex fleckeri

 

La medusa più pericolosa non si trova nel Mare Mediterraneo ma nelle acque dell’Australia settentrionale: si tratta della Chironex fleckeri,  altrimenti detta medusa a scatola o cubo-medusa (box jellyfish) per la forma quadrangolare, altrimenti soprannominata dai pescatori filippini e giapponesi “ medusa di fuoco”. E’ piccola (il diametro è di circa un palmo) con tentacoli che si possono allungare da qualche centimetro a qualche metro, trasparente. Le punture dei pungiglioni, dolorosissime, introducono un veleno neurotossico che può portare rapidamente alla morte. Si nasconde nei bassi fondali fra le radici delle mangrovie, presso gli sbocchi dei corsi d’acqua dolce. Nella stagione secca (da maggio ad ottobre), abbandona la costa e si porta al largo. Si ritiene che faccia più vittime dei pescecani.

Cyanea arctica

Come curiosità ricordiamo che la più grande medusa vive nei mari artici: è la Cyanea arctica,  conosciuta anche come Criniera di Leone. Il suo ombrello ha un diametro di due metri e mezzo ed i tentacoli, centinaia, sono lunghi sino a 40 metri

Physalia Phisalis

 

Da documentare anche la Physalia Phisalis , detta Caravella portoghese, presente nei mari tropicali, con una parte galleggiante simile a una piccola busta di plastica blu rigonfia, (spesso di difficile osservazione perché facilmente confondibile con l’acqua), con tentacoli sottilissimi, traslucidi, lunghi sino a 40 metri , la cui tossicità è paragonabile a quella del serpente cobra.

 

La VelellaVelella, detta anche barchetta di San Pietro, è un celenterato della famiglia degli ”idrozoi” dalla forma caratteristica. Infatti l’aspetto è quello di un disco cartilagineo galleggiante ovale di 2-4 centimetri di diametro (ma può raggiungere i 7 cm.), su cui si erge, come una vela (da cui il nome di velella), una cresta triangolare verticale, dalla forma ad S se osservata dall’alto. La vela è trasparente ma alla luce del sole assume riflessi azzurri e verdi. Il tutto come una barca a vela in miniatura.

 

VelellaVelella VelellaVelella

Al  di sotto sono presenti dei corti filamenti urticanti allungati come tentacoli (dattilozoidi) con funzioni difensive.

VelellaVelella VelellaVelella

Le velelle viaggiano in grandi gruppi, anche di migliaia di elementi, come tante barchette di colore blu intenso, spinte dal vento e dalle correnti

VelellaVelella

In caso di temporali o vento forte e mare mosso, possono finire la loro avventura arenate sulle spiagge, conferendo a queste un aspetto azzurro. Nel giro di 2-3 giorni rimangono solo le vele le quali possono mantenersi per alcune setttimane.

La velella vive sulla superficie di acque temperate e calde e prolifera in certi periodi dell’anno, soprattutto in primavera ed in autunno.

Si nutre di placton e soprattutto di uova di piccoli pesci.

La pericolosità per l’uomo, a differenza di altre specie di celenterati, è relativa in quanto il contatto con i tentacoli (in acqua o quando sono arenate a terra)  può generare solo un lieve pizzicore.

VelellaVelella VelellaVelella

Primo soccorso

  • Controllare innanzitutto le funzioni vitali.

  • Tranquillizzare la vittima. Il dolore e lo stress possono agitare la persona con conseguente attività muscolare che facilita la diffusione della tossina.

  • Lavare la ferita con acqua di mare, non fredda ma possibilmente tiepido-calda. Non usare mai acqua  dolce o ghiaccio perché potrebbero favorire l’apertura delle nematocisti ancora presenti sulla pelle.

  • L’applicazione immediata di sabbia calda può rappresentare un primo aiuto.

  • Utile l’aceto, eventualmente diluito al 50% con acqua di mare tiepido-calda, lasciato come un impacco sulla zona lesionata (10-15 minuti), .

  • Se vi sono ancora nematocisti presenti sulla pelle, per toglierle non usare le mani nude! Utilizzare delle pinze oppure prendere della schiuma da barba o sapone, cospargere sulla zona interessata e radere delicatamente. In alternativa fare un impasto di sabbia e acqua di mare oppure cospargere di borotalco o farina e usare delicatamente un coltello: non strofinare la cute!

  • Farsi controllare da un medico: infatti potrebbe essere utile l’applicazione di una crema cortisonica per alleviare la reazione cutanea e necessaria l’assunzione di farmaci per via sistemica per alleviare il dolore.

  • La doccia può essere fatta solo dopo che sono state messe in atto tutte le precedenti manovre.

  • Ovviamente il trattamento è in relazione alla zona geografica in cui avviene l’incidente, per cui porre la massima attenzione prima di immergersi in acque sconosciute, avendo l’accortezza di chiedere prima informazioni ai residenti.