LA PITYRIASIS VERSICOLOR

Mai come in questa epoca la vacanza al mare rappresenta uno degli appuntamenti fissi dell'anno. Si ricercano nuove spiagge e nuovi mari dove tramutare il triste bianco emaciato della cute invernale in voluttuose ed ambrate tinte.

Per qualcuno però il ritorno ahimè non è felice come la partenza: non perché siano venute a mancare le aspettative del sole e del mare ma per l'affiorare sulla cute del tronco di tanti coriandoli di cute chiara che così impietosamente contrastano con l'abbronzatura.

E' l'aspetto antiestetico che avvicina il paziente al dermatologo. Infatti non sono presenti sintomi soggettivi né effetti sullo stato generale: la salute del soggetto è buona. La cute, talora sgradevole alla vista, contrasta quindi con la benignità della malattia che ha un nome curioso: Pityriasis versicolor (P.v.).

La P.v. deve il suo nome (versicolor) alla presenza di macchie multicolori: infatti accanto alla varietà acromizzante ( chiazze biancastre) che raccoglie circa la metà dei casi ed è particolarmente evidente nei soggetti a cute scura e dopo l'esposizione al sole (il fungo esercita una azione inibitoria sulla pigmentazione), si possono osservare la varietà bruna (chiazze color bruno-camoscio, caffè-latte) e la varietà eritematosa (chiazze rosate). Tali quadri clinici sono presenti nella maggioranza dei casi singolarmente; talora, molto più raramente, coesistono nello stesso paziente (soggetti a cute chiara non esposta al sole), dando origine alla varietà variopinta.

Accanto al colore, le macule di P.v., in fase attiva e non trattate, sono caratterizzate dalla presenza sulla superficie di minute squame che assomigliano a crusca (da cui il nome Pityriasis, dal greco pituron=crusca) che possono essere facilmente rimosse senza emorragia con un colpo d'unghia od una curette smussa (cosiddetto "segno del colpo d'unghia"- "scratch sign" per gli anglosassoni, "signe du coup d'ongle" per i francesi-, oppure "segno del truciolo" -"chip sign","signe du coupeau").

Le dimensioni delle macchie possono variare da pochissimi millimetri (1-2) a qualche centimetro (con forme ovalari o rotondeggianti), il numero degli elementi da pochi a decine e decine, l'estensione da localizzata ad un segmento cutaneo a generalizzata su di una grande area cutanea.

Tipicamente le sedi più comunemente interessate sono la parte superiore del tronco e del dorso e il collo. Meno frequentemente il viso (lungo l'attaccatura dei capelli), gli arti superiori ed inferiori, le pieghe cutanee (cavi ascellari, inguine, piega del gomito, cavo popliteo, solchi sottomammari), il pube, il pene, il seno.

L'agente causale della malattia (denominato Malassezia furfur, Pityrosporum orbicolare, Pityrosporum ovale) è un lievito lipofilo e lipido-dipendente (ossia necessita di grassi per vivere), saprofita della cute (ossia vive a spese della cute senza danneggiarla) ed in particolare del follicolo pilifero; è presente in un'altissima percentuale della popolazione sana.

Poiché relativamente modesta è la percentuale di persone affette da P.v. rispetto ai portatori asintomatici (ossia senza manifestazioni cliniche della malattia) occorre che vi siano fattori favorenti che inducano il passaggio del lievito da saprofita a parassita patogeno (in questo caso vive a spese della cute danneggiandola).

Innanzitutto è da porsi l'assunto di una predisposizione genetica. Infatti in contrasto con la scarsa o nulla contagiosità del lievito ( come è dimostrato dalle numerosissime coppie in cui la moglie od il marito ha la P.v. mentre l'altro coniuge ne è esente), non è raro osservare nuclei familiari della medesima discendenza ammalati.

Su questo carattere individuale fondamentale se ne inseriscono altri, chiaramente favorenti:

  • i lipidi (grassi ) cutanei (come detto in precedenza il lievito si nutre di grassi), sia si produzione delle ghiandole sebacee sia derivanti dalla decomposizione delle cellule della cute;

  • la secrezione sudorale influenza la crescita poiché, come ogni altro fungo, il Pityrosporum ha bisogno di umidità per crescere;

  • il clima caldo-umido;

Da quest'insieme di fattori si comprende come:

  • le zone colpite dalla malattia siano quelle in cui sono presenti le ghiandole sebacee, ossia tutto il corpo tranne le piante dei piedi e il palmo delle mani (vedi punto 1 dei fattori favorenti);

  • siano affetti maggiormente soggetti con abbondante sudorazione, oppure persone che frequentino luoghi in cui essa sia stimolata (saune, palestre, ecc.) oppure indossino indumenti sintetici che mantengono umida la pelle (vedi punto 2);

  • nel nostro paese sia tipica la periodicità estiva ( vedi punto 3): il clima caldo-umido estivo infatti stimola la sudorazione e l'esposizione ai raggi ultravioletti la produzione di melanina, responsabile dell'abbronzatura e quindi di quel contrasto cromatico che è alla base dell'inestetismo della malattia.

Nella diagnosi dell'affezione bisogna tenere conto che non tutte le macchie bianche della cute sono P.v.. Capita spesso infatti che si presentino a visita persone erroneamente convinte di avere tale malattia. Ricordiamo ad esempio come la vitiligine, la Pityrisiasi alba (tipica del volto dei bambini), le acromie lenticolari idiopatiche (presenti sulle gambe di persone in età matura, specie se con precedenti di prolungate esposizioni solari), le discromie che talora seguono l'abbronzatura simulino talora la P.v.. La certezza della diagnosi si basa sull'esperienza dello specialista dermatologo che può intuirla attraverso alcune caratteristiche della malattia oppure, in caso di dubbio, mediante un esame microscopico diretto delle squame cornee prelevate da una chiazza tramite delicato curretage o esaminando la cute del paziente, in ambiente buio, con la lampada di Wood ( lampada a raggi ultravioletti di una determinata lunghezza d'onda): le lesioni di P.v. emettono una inconfondibile e tipica fluorescenza giallo-verdastra, permettendo altresì di scoprire macchie peraltro invisibili a occhio nudo.

La terapia della P.v. si basa sull'uso di farmaci da applicare sulla cute o da assumere per via orale, avendo presente che un ciclo di cura non ha efficacia perenne, data la tendenza a ripetersi della malattia, e che le cure e gli accertamenti dovrebbero essere preferibilmente opera dello specialista dermatologo.